Fabio Novembre e Stefano Mirti sul Triennale Design Museum di Milano.
Da ABITARE n.480 marzo 2008
FABIO NOVEMBRE
Si dice che i modi di dire siano frutto di saggezza popolare, ma devo ammettere che io ne ho sempre dubitato. La montagna che partorisce un topolino ha sempre avuto un significato negativo, come di qualcosa che nasce con grandi ambizioni e si riduce in esili trascurabili.
Al contrario, io ho sempre pensato che una grande massa inanimata capace di generare vita fosse un'immagine bellissima. La montagna sacra della tradizione nel design e una cima ardua da scalare e il mettere in scena ha sempre creato remore al punto da rinunciarvi sistematicamente.
Per la prima volta dunque, nasce in Italia, e naturalmente a Milano, un museo del design che ha 1'ambizione di essere un topolino, anzi Mickey Mouse in persona. Infatti il simbolo
per eccellenza della cultura pop ben rappresenta i risultati di questo progetto: divulgazione metafora, racconto e immanenza fisica, entertainment e didattica.
II topo è inoltre considerato un organismo modello per il fatto che le sue cellule sono molto simili a quelle umane, e infatti la sensazione da visitatore e che comunque scorra energia vitale all'interno di questo nuovo spazio museale.
Gli oggetti si rincorrono con le immagini, cortocircuitando qualsiasi tipo di esperienza convenzionale in cui si aspetta un museo tradizionale, ma a questo proposito voglio ricordare che al signor Walt Disney, e non alla signora Maria Montessori, è stata delegata l'educazione dei bambini di questo pianeta da ormai circa 70 anni. Si fa presto ad alzare gli scudi contro la calata dei barbari, quando poi è sufficiente lo spirito critico di Alessandro Baricco per metterci di fronte all'evidenza che quello che più temiamo e il nostro riflesso nello specchio.
Io confesso di considerarmi un OGM e credo che le teorie evoluzionistiche del signor Charles Darwin abbiano ultimamente subito una fortissima accelerazione.
Il senso filmico di mia madre, professione casalinga, raggiunge oramai i livelli di sofisticazione di Aldo Grasso e credo che sia facile soprattutto per lei, che non ha ingombranti sovrastrutture culturali, trovare il nesso tra la Moka Bialetti e l'idea di dinamicità messa in scena da Davide Ferrario regista.
Devo anche fare una piccola confessione: l'oggetto meno storicamente sedimentato di tutta la collezione dei circa 300 oggetti che compongono questo museo, e una sedia in plastica
che ho appena disegnalo e che è presente in forma di prototipo dato che deve ancora essere prodotta. Ebbene, quale maggiore prova di un museo vivo, capace di
cogliere segnali fino al giorno prima della sua apertura?
Mi si può accusare di essere di parte, ma chi può illudersi di non esserlo? Siamo umanamente forzati a guardare alle cose attraverso i nostri due occhi, e ogni tentativo di astrazione critica e destinato inevitabilmente a fallire.
E poi vogliamo finalmente convincerci che il design siamo noi?
Che si tratta della nostra personale/collettiva capacita di cambiare le cose? Considerare il design come altro da sé e come vivere una vita per procura.
Con Italo Rota e Andrea Branzi, lo scorso aprile, abbiamo messo in scena una rivisitazione di Aspettando Godot, in cui loro interpretavano rispettivamente Rstragone e Pozzo, ma qui credo che abbiano perfettamente indossato i panni di Eta Beta e Archimede Pitagorico. lo poi sono cresciuto studiando architettura a pane e Peter Greenaway, e negli squilli di tromba della sua Owerture sento il tono della riscossa. Non credo che la stratificazione sarà un principio ispiratore, al contrario
questo museo si propone di mutare radicalmente ogni 12/18 mesi con attori sempre diversi. Il famoso quarto d'ora accademico e stato ufficialmente sostituito dai 15 minuti warholiani, e non c'e più alcun Godot da aspettare.
Godiamoci lo spettacolo.
STEFANO MIRTI
Che dire??!!
Per quanto anch'io sia cresciuto a pane e Topolino, ho sempre pensato in tutta onesta che Peter Greenaway fosse il regista più supponente, noioso e insopportabile di tutta la storia del cinema (trovandone peraltro precisa & scontata conferma proprio in Triennale).
Ammetto che sono andato in Triennale pieno di preconcetti.
Trionfalistiche presentazioni sui giornali, brividi freddi lungo la schiena: Il design in Italia non nasce nel Novecento ma ai tempi dell'antica Roma... Peccato che nessuno abbia raccontato a
Peter dei corredi nuziali etruschi, o delle incisioni rupestri in Valcamonica. Pensa che figo! "Il design in Italia nasce nel paleolitico, anzi, al tempo dei dinosauri..."
Diciamo che questo museo del design mi ha colpito molto. In genere, uno si immagina che va al museo (qualunque esso sia) e ne esce avendo capito delle cose, trovando risposte... E da qui invece esco con la testa piena di domande, e questo, per quanto fastidioso, mi piace. Direi che si parte da due punti fermi, che sono ok.
L'essere riusciti in questa impresa titanica di aprire il museo (che gia questo vale mille punti+bonus) + costringere i visitatori a continui sforzi cognitivi. Punzecchiarli, infastidirli, innervosirli...
E poi... io sono un debole. Mi piazzi a tradimento la radio di Albini e cado in ginocchio & d perdono qualsiasi cosa.
Sono li che vorrei prendere a martellate il display messo a testare la mia pazienza, quando L'occhio mi cade sul Light Tree di Nanda Vigo. Mmmhhhhh.... Insomma, e un museo dove nessuno mi spiega nulla, sostituendo la didattica a ceffoni emozionali tipo i teatrini di Melotd. Su questo non ho nessuna obiezione, del resto siamo in Italia mica al tipico museo scandinavo.
Ciononostante alcune domande mi frullano in testa.
Nel mondo attuale tutto questo insistere sull'italianità che senso ha? Eh che palle... Come se uno andasse al MoMA e gli fanno vedere solo robe americane. II campionato del mondo di cacio ha una sua logica, che mi piace molto e che mi appassiona. Il design non so mica. Mah!
E di nuovo: nel mondo contemporaneo questi 12/18 mesi di durata dell'allestimento non corrispondono a un'era geologica? Non sarebbe meglio avere un museo che cambia ogni dodici settimane? O dodici giorni? Come si fa non lo so, però avremmo risultati mica da poco.
Devo comunque confessare che in alcuni punti 'sto museo mi è piaciuto molto. La Beretta 92 nascosta sotto i gioielli di Munari. Geniale! Quanto sarebbe figo un bookshop dove oltrechè le ceramiche e i libri illeggibili puoi anche comprarti la semiautomatica Tanfoglio (quella che la fanno anche rosa per le gentili signorine)? A mio modo di pensare, il museo dovrebbe avere mille di questi cortocircuiti. Da 1 a 10, sono uscito infastidito 2, forse 3. Ecco.
Il mio museo ideale è quello che esco infastidito 20. Che esco arrabbiato. Volete farlo emozionale? Perfetto, ma che lo sia per davvero. Questo fatto del bilancino, i 200 maestri che vanno tutti onorati in proporzioni prestabilite e cloroformico. Emozioni quasi zero. Dimenticarsi apposta un paio di maestri (tanto ne rimangono 198,) e poi vedere di nascosto l'effetto che fa.
Sogno un museo che ti piglia a schiaffi e poi ti bacia lascivo, affittando magari delle manette in pelliccia leopardata al desk all'entrata. Il pedale va spinto fino in fondo: dire che il museo e vivo perchè c'e un tavolo di Fabio Novembre mi sembra un po' riduttivo. Sono sicuro che se Fabio si applicasse, potrebbe sicuramente regalarci dei gingilli molto più intriganti e affascinanti...
Voglio dire: Italo Rota voleva fare una sauna (mi sembra evidente). Alla fine ci hanno detto che è un teatrino. Suwia! L'idea originaria e meravigliosa: togliamo il catafalco di schermi piatti (???) e piazziamoci lo spillatore della birra dei Castiglioni. Che la prossima volta che c'e un incontro in Triennale per discutere delle sorti del design italiano, ci troviamo tutti nudi & nude a chiacchierare, bevendo, mangiando, litigando di gusto sulla prossima mostra: divertendoci tutti quanti insieme, come mai prima d'ora.
Questo si che mi sembra emozionante.